Note al Capitolo Dieci.


(1).  Ch.  S.  Peirce, Collected Papers, settimo,  10,  citato  da  P.
Bairati, Introduzione a Ch. S. Peirce, Scienza e pragmatismo, Paravia,
Torino, 1972, pagina nono.

(2). Vedi capitolo Due, 1, pagine 32-33.

(3). Vedi capitolo Sei, 2, pagina 166; 3, pagine 168, 170.

(4). Vedi capitolo Sette, 1, pagine 184-185.

(5). Vedi capitolo Undici, 2, pagine 302-306.

(6).  Ch. S. Peirce, Come rendere chiare le nostre idee, a cura di  D.
Antiseri, Minerva Italica, Bergamo, 1971, pagina 92.

(7).  Spesso  vengono fatte distinzioni immaginarie tra credenze  che
differiscono  unicamente  nel  modo con cui  vengono  espresse  [...].
Credere  che  degli oggetti qualsiasi siano, tra loro,  ordinati  come
nella figura 1, e credere che siano ordinati come nella figura 2, sono
una  sola  e stessa credenza; pure  concepibile che qualcuno  affermi
una proposizione e neghi l'altra.

[Due figure non riportate].


Tali  false  distinzioni sono tanto dannose quanto la  confusione  fra
credenze  realmente differenti, e costituiscono i tranelli  dai  quali
dobbiamo continuamente guardarci, specialmente quando ci troviamo  sul
terreno metafisico (ivi, pagine 86-87).

(8).  Ch.  S. Peirce, La fissazione della credenza, in Ch. S.  Peirce,
Scienza e pragmatismo, citato, pagina 45.

(9).  Quando uno struzzo seppellisce la testa sotto la sabbia  mentre
il  pericolo  si avvicina, molto probabilmente sceglie la  strada  pi
facile.  Nasconde  il  pericolo e allora  con  calma  afferma  che  il
pericolo  non  esiste; [...]. Un uomo pu andare  avanti  nella  vita,
tenendo  sistematicamente  lontano  dalla  sua  vista  tutto  ci  che
potrebbe  causare un cambiamento nelle sue opinioni, e  se  ci  riesce
[...]  non  vedo che cosa si possa dire contro il suo modo  di  agire
(ivi, pagina 49).

(10).  Supponiamo che l'autorit dello stato agisca invece di  quella
dell'individuo. Supponiamo che venga creata una istituzione che  abbia
per  scopo  quello  di  imporre  all'attenzione  del  popolo  dottrine
corrette,  di  ripeterle conservandole inalterate e di  insegnarle  ai
giovani;  avendo  nello stesso tempo il potere di  evitare  che  altre
dottrine  vengano  insegnate, sostenute o  formulate.  Supponiamo  che
vengano  rimosse  tutte  le cause di mutamento  delle  opinioni  della
cultura  umana. Supponiamo che gli uomini vengano mantenuti ignoranti,
nel  timore  che  scoprano qualche motivo per pensare diversamente  da
come pensano. Supponiamo che le loro passioni siano irreggimentate, in
modo  che  essi considerino con odio ed orrore le opinioni private  ed
insolite.  Supponiamo allora che vengano ridotti al silenzio,  con  il
terrore,  gli  uomini che rigettano le credenze stabilite.  Supponiamo
che  la  gente ricopra di catrame e di piume questi uomini, e  che  il
modo   di   pensare  delle  persone  sospette  venga   sottoposto   ad
inquisizione  e  che quando siano riconosciuti colpevoli  di  idee  di
credenze  proibite,  vadano  soggette a  punizioni  esemplari.  Quando
l'accordo completo non pu essere raggiunto altrimenti, in un paese si
 sperimentato che il massacro generale di coloro che non la pensavano
in  un  certo  modo   un mezzo efficace per stabilizzare  l'opinione.
Qualora  manchi la forza per fare questo, supponiamo che si faccia  un
elenco  di  opinioni  alle quali nessun uomo che abbia  un  minimo  di
indipendenza di pensiero possa assentire e che si esiga dai fedeli  di
accettare tutte queste proposizioni per isolarli nel modo pi radicale
possibile dal resto del mondo. Questo metodo, fino dai primi tempi,  
stato  uno  dei mezzi principali per sostenere dottrine  teologiche  e
politiche  e di perseverare il loro carattere universale o  cattolico.
In  Roma specialmente  stato praticato dai giorni di Numa Pompilio  a
quelli di Pio nono (ivi, pagine 50-51).

(11).  L'adesione volontaria a una credenza [il metodo della tenacia]
e  la costrizione arbitraria da essa esercitata sugli altri [il metodo
dell'autorit] devono essere entrambe abbandonate, mentre deve  essere
adottato un nuovo metodo per stabilire le opinioni, il quale non  solo
produca  un  impulso  a  credere ma che determini  anche  quale    la
proposizione  a cui si deve credere. [...] L'esempio pi  perfetto  di
esso si pu trovare nella storia della filosofia metafisica. I sistemi
di  questo  genere non si sono mai fondati su alcuna  osservazione  di
fatti,  o almeno non in grande misura. Principalmente essi sono  stati
adottati  perch  le  loro  proposizioni fondamentali  sembravano  "in
accordo  con la ragione". Questa  l'espressione pi adatta; essa  non
significa  ci che  in accordo con l'esperienza, ma ci  che  noi  ci
troviamo propensi a credere per una sorta di inclinazione. [...] Ma lo
scontro  delle  opinioni  condurr presto gli  uomini  a  fermarsi  su
preferenze di natura assai pi universale. Considerate per esempio  la
dottrina  secondo  cui  l'uomo agisce soltanto  egoisticamente  [...].
Questa  dottrina  non  si  fonda  su nessun  fatto,  ma    largamente
accettata  come l'unica teoria ragionevole. Dal punto di  vista  della
ragione,  questo  metodo  assai pi intellettuale  e  accettabile  di
ciascuno  di quelli che abbiamo preso in considerazione. [...]  Ma  il
suo  fallimento    stato anche pi manifesto. Esso fa  della  ricerca
qualcosa  di  simile allo sviluppo del gusto; ma, sfortunatamente,  il
gusto    sempre  pi  o meno questione di moda, e  di  conseguenza  i
metafisici  non sono mai giunti a un accordo sicuro, ma il pendolo  ha
oscillato  avanti  e indietro, tra una filosofia pi materialistica  e
una   filosofia  pi  spiritualistica.  Dalle  origini  del   pensiero
filosofico fino ai nostri giorni (ivi, pagine 53-54).

(12). Ivi, pagine 55-56.

(13).  Ivi,  pagina  38. Con moderni Peirce  si  riferisce  ai  suoi
contemporanei della fine del diciannovesimo secolo.

(14).  Confronta  D.  Antiseri, Introduzione a  Ch.  S.  Peirce,  Come
rendere chiare le nostre idee, citato, pagina 36.

(15). Ch. S.Peirce, Abduzione e induzione, in Ch.S. Peirce, Scienza  e
pragmatismo, citato, pagina 175.Questo schema di Peirce  in Collected
Papers, quinto, 189.

(16). Ivi, pagina 37.

(17).  Peirce  mise a punto anche una ipotesi cosmologica  secondo  la
quale  all'inizio dell'universo esisteva il caos assoluto, dal  quale,
attraverso  una tendenza all'abitudine, si procede verso un  ordine
perfetto,  razionale  e simmetrico. Ma i due poli  estremi  del  caos
assoluto  e  dell'ordine  perfetto sono  limiti  irraggiungibili:  In
qualsiasi  data  che  si  possa  stabilire  nel  passato,  per  quanto
risalente indietro, sussisteva gi una tendenza all'uniformit; e,  in
qualsiasi data che si possa prevedere per il futuro, sussister sempre
qualche  leggera  aberrazione della legge. La  certezza    preclusa.
Confronta  D.  Antiseri, Introduzione a Ch. S.  Peirce,  Come  rendere
chiare le nostre idee, citato, pagine 54-55; la citazione di Peirce  
da Collected Papers, primo, 409.

(18).  La  teoria delle probabilit  semplicemente la scienza  della
logica trattata quantitativamente. Vi sono due certezze concepibili in
rapporto  ad  ogni ipotesi, cio la certezza della  sua  verit  e  la
certezza della sua falsit. In questo calcolo i numeri uno e zero sono
designati  per  indicare  questi  estremi  di  conoscenza;  invece  le
frazioni    che   hanno   valori   fra   essi   intermedi    indicano,
approssimativamente, i gradi nei quali le prove tendono verso l'uno  o
l'altro  di  questi  estremi. Il problema generale  della  probabilit
consiste,  partendo  da  un dato stato di fatti,  nel  determinare  la
probabilit  numerica  di  un  fatto possibile  (Ch.  S.  Peirce,  La
dottrina  delle probabilit, in Ch. S. Peirce, Scienza e  pragmatismo,
citato, pagina 148).

(19).  Ch. S. Peirce, La fissazione della credenza, in Ch. S.  Peirce,
Scienza e pragmatismo, citato, pagina 41. I corsivi sono nostri.

(20). Ivi, pagina 45.

(21). Ibidem.

(22). All'et di sedici anni aveva imparato a memoria la Critica della
ragion pura.

(23).  Ch.  S.  Peirce, Che cosa  il pragmatismo, in Ch.  S.  Peirce,
Scienza e pragmatismo, citato, pagina 100.

(24). Ibidem.

(25).  Ch. S. Peirce, La fissazione della credenza, in Ch. S.  Peirce,
Scienza e pragmatismo, citato, pagina 42.

(26).  Ch.  S.  Peirce,  Come rendere chiare le nostre  idee,  citato,
pagina 104.

(27).  Un  uomo  pu  indagare la velocit  della  luce  studiando  i
passaggi  di Venere e l'aberrazione [moto apparente] delle stelle;  un
altro studiando le opposizioni di Marte e le eclissi dei satelliti  di
Giove;  un  terzo con il metodo di Fizeau; un quarto con il metodo  di
Foucault;  un  quinto  [...].  Inizialmente  essi  potranno   ottenere
risultati differenti, ma, perfezionando ognuno il suo metodo e i  suoi
procedimenti, i risultati convergeranno costantemente verso un  comune
punto d'incontro (ivi, pagine 107-108).

(28). Ivi, pagina 110.

(29). Ibidem.

(30). La metafisica  un soggetto molto pi curioso che utile, la cui
conoscenza,  come  la  conoscenza  di  uno  scoglio  nascosto,   serve
principalmente a tenercene lontani (ivi, pagina 110).

(31). Ibidem.

(32).  Ch.  S.  Peirce, Che cosa  il pragmatismo (1905),  in  Ch.  S.
Peirce, Scienza e pragmatismo, citato, pagina 103.

(33).  Uno  sguardo alla storia di questa dottrina vi  far  scorgere
meglio  che  cos'  il  pragmatismo. Questa  parola,  come  la  parola
"pratica",  deriva  dal  greco  prgma,  che  significa  azione.  Essa
comparve per la prima volta in filosofia nel 1878, ad opera di Charles
Peirce.   [...]   Esso,   per  vent'anni,     passato   completamente
inavvertito.  Fui  io,  in un discorso pronunciato  all'Universit  di
California  nel  1898,  a  ricondurlo  alla  luce  [...].  La   parola
pragmatismo  si  diffuse: oggi le pagine delle riviste filosofiche  ne
sono  piene  (W. James, Pragmatism. A new Name for some Old  Ways  of
Thinking  (1904), in Grande Antologia Filosofica (G.  A.  F.),  volume
ventiquattresimo, Marzorati, Milano, 1976, pagine 248-249).

(34). Confronta ivi, pagina 247.

(35). Ibidem.

(36).  Il  pragmatismo volta le spalle decisamente e  una  volta  per
tutte  a una moltitudine di abitudini inveterate, care ai filosofi  di
professione.  Le  volta  all'astrazione; a  tutto  ci  che  rende  il
pensiero  inadeguato,  cio  alle soluzioni  puramente  verbali,  alle
cattive  ragioni  a  priori, ai sistemi chiusi;  a  tutto  quello  che
pretende di essere un assoluto o un principio, per dirigersi verso  il
pensiero  concreto e adeguato, verso i fatti, verso l'azione efficace.
Il  pragmatismo  si  oppone  in  tal  modo  all'indirizzo  empiristico
corrente quanto all'indirizzo razionalista (ibidem).

(37).  Il  pragmatismo  soltanto un metodo. Ma il trionfo universale
di  questo metodo determinerebbe un cambiamento notevole di quello che
[...]  ho  chiamato  temperamento filosofico.  Fra  la  scienza  e  la
metafisica  si  avrebbe  un preziosissimo avvicinamento:  le  vedremmo
lavorare in collaborazione nel modo pi assoluto (ivi, pagina 248).

(38). Ivi, pagina 247.

(39).  Il  pragmatismo prende posizione contro il  dogma,  contro  le
teorie  artificiose, contro la falsa apparenza del carattere teologico
che si presume di scorgere nella verit (ivi, pagine 247-248).

(40). La verit di un'idea non  una propriet che inerirebbe ad essa
e  resterebbe  inattiva.  La verit  un avvenimento  che  si  produce
attraverso  un'idea. Questa diventa vera:  resa vera  da  determinati
fatti.  Acquista  la  sua verit con il lavoro che  compie,  il  quale
consiste  nel verificare se stessa e ha come fine e come risultato  il
suo controllo (ivi, pagina 250).

(41).  W.  James,  The Will to Believe (1902), in G.  A.  F.,  citato,
pagina 240.

(42).  La  nostra  mente, a ogni passo,  il  teatro  di  possibilit
simultanee  (W.  James,  Principles of Psichology  [1890],  nono,  in
Novecento  filosofico e scientifico, Marzorati, Milano,  1991,  volume
primo, pagina 652).

(43).  W.  James, The Sentiment of Rationality (1879), in  G.  A.  F.,
citato, pagina 258.

(44).   Ivi,   pagina   255.  La  domanda   -   che   James   sviluppa
nell'alternativa  fra  un universo come realt  bruta  e  un  legame
intrinseco  fra  i fenomeni dell'universo e il loro  valore  morale  -
conduce alla questione essenziale dell'esistenza di Dio.

(45). Ivi, pagina 258.

(46). Ibidem.

(47).  W.  James, A Pluralistic Universe (1909), in G. A. F.,  citato,
pagina 263.

(48).  Mi  sembra  che  i  limiti  ulteriori  del  nostro  essere  si
sprofondino in una dimensione dell'esistenza completamente diversa dal
mondo   sensibile  e  puramente  "comprensibile".  Chiamatela  regione
mistica  o  soprannaturale, come preferite. Poich  i  nostri  impulsi
ideali  traggono  origine da questa regione [...] noi apparteniamo  ad
essa  in  modo  pi  intimo  di quello in cui  apparteniamo  al  mondo
visibile, perch siamo pi intimamente legati a ci a cui appartengono
i  nostri  ideali  (W.  James, The Varieties of Religious  Experience
(1902), in G. A. F., citato, pagina 261).

(49).  Questo Dio  finito, sia in potenza sia in sapere [...].  Tali
sono,  ho  appena il bisogno di dirvelo, i termini in cui  gli  uomini
comuni  hanno ordinariamente stabilito relazioni attive con  Dio  (W.
James, A Pluralistic Universe, citato, pagina 263).

(50).  W. James, The Varieties of Religious Experience, citato, pagine
261-262.

(51).   Confronta  G.  A.  Roggerone,  William  James,  in   Novecento
filosofico e scientifico, citato, volume primo, pagina 648.

(52).  J.  Dewey, Experience and Nature (1925), in G. A.  F.,  citato,
pagine 265-266.

(53).  Durante i suoi studi alla John Hopkins University di Baltimora,
J. Dewey ebbe come maestro un hegeliano, G. S. Morris.

(54).  Ma l'intero, vasto universo comprensivo del fatto e del sogno,
dell'evento,  dell'atto,  del  desiderio,  della  fantasia   e   delle
intenzioni, solido o non solido, non pu essere contrapposto a  nulla.
E  se  ci  che  si  detto  preso in senso letterale, l'"esperienza"
denota  proprio  questo  vasto universo  (J.  Dewey,  Experience  and
Nature, citato, pagina 265).

(55). Ivi, pagina 266.

(56).   Nessun  resoconto  scientifico  riscuoterebbe   una   qualche
attenzione  se  non descrivesse l'apparato per mezzo  del  quale  sono
stati  condotti  degli esperimenti e ottenuti dei risultati;  non  per
culto  dell'apparato sperimentale ma perch questo modo  di  procedere
dice  agli  altri  ricercatori  come devono  mettersi  al  lavoro  per
ottenere risultati che saranno in accordo o in disaccordo, nella  loro
esperienza,  con  quelli  conseguiti precedentemente  e  in  tal  modo
confermare,  modificare  e  rettificare questi  ultimi.  Il  risultato
scientifico  riportato  in realt la designazione  di  un  metodo  da
seguire  e  la  previsione  di  ci che  si  trover  quando  verranno
approntate  specifiche osservazioni. Questo  quanto la filosofia  pu
essere  o  fare  (J.  Dewey,  Experience  and  Nature,  in  Novecento
filosofico e scientifico, citato, volume primo, pagina 678-679).

(57).  J.  Dewey, Experience and Nature, in G. A. F.,  citato,  pagina
266.

(58). Confronta ibidem.

(59). Confronta ibidem.

(60). Confronta ivi, pagina 267.

(61). Confronta G. A. Roggerone, John Dewey, in Novecento filosofico e
scientifico, citato, volume primo, pagina 669.

(62).  L'originario fondamento di questa concezione della  ragione  
stato  ora distrutto. Questo fondamento era una necessit di postulare
una  realt fornita del potere di diretta apprensione di "verit"  che
fossero   assiomatiche   nel   senso   di   essere   autoevidenti,   o
autoverificantesi,  e autonome, come i fondamenti  necessari  di  ogni
ragionamento dimostrativo. La nozione era derivata dalla  materia  che
aveva  raggiunto la pi alta formulazione scientifica al tempo in  cui
la  logica  classica  veniva formulata, cio  la  geometria  euclidea.
Questa  concezione della natura degli assiomi non  pi  accettata  n
dalla matematica n dalla logica matematica. [...] Lo stesso principio
vale  in fisica (J. Dewey, Logic. The Theory of Inquiry, 1938, in  G.
A.  F., citato, pagine 278-279). Vedi anche capitolo Undici, 2, pagina
298-301.

(63).  J. Dewey, Logic. The Theory of Inquiry, in Novecento filosofico
e scientifico, citato, volume primo, pagina 683.

(64).  G.  A.  Roggerone,  John  Dewey,  in  Novecento  filosofico   e
scientifico, citato, volume primo, pagina 670.

(65).  J. Dewey, Il mio credo pedagogico, articolo primo, in R. Tassi,
Itinerari pedagogici del Novecento, Zanichelli, Bologna, 19912, pagine
322-323.

(66).  Ivi,  articolo  secondo, pagina 323; il corsivo    nostro.  E'
inutile sottolineare per i nostri lettori - soprattutto se studenti  -
quanto   lontano  dalla  nostra  realt  quotidiana  sia  il  progetto
pedagogico  di  Dewey,  nonostante  il  successo  ottenuto  presso   i
pedagogisti e le Facolt di Magistero.

(67).  J. Dewey, Libert e cultura (1938), in R. Tassi, opera  citata,
pagina 327.

(68).  Confronta G. A. Roggerone, John Dewey, citato, pagine  670-671.
Dewey  affronta  in particolare il problema del linguaggio  nell'opera
Logic. The Theory of Inquiry, alle pagine 50-90 dell'edizione italiana
(Logica.  Teoria dell'indagine, traduzione di A. Visalberghi, Einaudi,
Torino, 1949).

(69).  Confronta  E.  Severino, La filosofia  contemporanea,  Rizzoli,
Milano, 1986, pagina 191.

(70).  J.  Dewey,  Experience and Nature, in  Novecento  filosofico  e
scientifico, citato, volume primo, pagine 679-680.

(71).  W.  Whitman,  A uno storico (To a Historian),  in  W.  Whitman,
Foglie d'erba, a cura di E. Giachino, Einaudi, Torino, 1993, pagine 9-
10.
